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martedì 03 agosto 2010

Produrre biocarburante dalle alghe

Dopo aver nutrito le creature del mare, le microalghe potrebbero soddisfare la ‘fame’ principale dell’uomo moderno, quella di energia. Ne è convinto Guido Bordignon, ricercatore dell’università Cà Foscari di Venezia: la sua ‘caccia’ alle specie più adatte lo ha portato fino in Antartide, e gli è valsa una medaglia del Congresso Usa.

Al ricercatore è stata conferita la ‘Antarctic Service Medal’, un riconoscimento per chi passa più di 30 giorni a sud del 60/o parallelo: “Sono stato in Antartide dal 18 gennaio al 20 marzo, in una spedizione coordinata dallo Scripps Institute di San Diego – racconta Bordignon – e ho fatto una serie di campionamenti a caccia di nuove specie di fitoplancton da poter utilizzare per produrre biocarburanti“.

Con il termine fitoplancton si intende una serie di microalghe capaci di effettuare la fotosintesi, che costituisce il primo anello della catena alimentare marina: “Questi microrganismi hanno una quantità di grasso duemila volte superiore a quello della colza, una pianta utilizzata normalmente per i biocarburanti – spiega l’esperto – l’idea di questa ricerca è che le microalghe presenti in Antartide, che sono costrette a ‘lavorare’ con molta meno luce, abbiano un metabolismo accelerato, e siano quindi più produttive“.

Bordignon sta analizzando in questi giorni i campioni prelevati durante la spedizione, con la speranza di trovare qualche specie utilizzabile non solo per i carburanti: “E’ stato già dimostrato che le alghe come carburante sono competitive con il petrolio se questo ha un prezzo di 120 dollari al barile – spiega l’esperto – per cercare di aumentarne il valore vorremmo utilizzarle come bioraffineria, ed estrarne dei prodotti chimici complessi come i flavonoidi“. Quelli derivanti dalle alghe sono catalogati come i biocarburanti di terza generazione, che dovrebbero risolvere i problemi derivanti dall’utilizzo di piante altrimenti destinate all’uso alimentare umano.

Il primo esempio al mondo di centrale ad alghe, che dovrebbe utilizzare delle diatomee, alghe unicellulari, dovrebbe nascere proprio a Venezia, grazie a un progetto cui partecipa anche l’università presentato lo scorso anno e che potrebbe vedere i primi esperimenti pilota il prossimo autunno.

Fonte: ansa.it
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